Berruto: "Lo sport è politica. Uefa scelga da che parte stare"

15 ott 2019 17:13Calcio

Durante il pomeriggio di TMW Radio, nel corso di Stadio Aperto, l'ex commissario tecnico della Nazionale italiana di pallavolo Mauro Berruto ha commentato il caso Turchia e tutti i risvolti ad esso collegati. Questa la sua analisi: 

Sul caso-Turchia: "Le parole sono importanti, sempre. Quello di Erdogan è un regime, una dittatura. Enes Kanter è un giocatore NBA straordinariamente importante a livello globale, conosciamo tutti la sua storia e le ripercussioni che ha avuto: Occorre riappropriarsi della bellezza del linguaggio degli sportivi, che è universale e arriva con forza e intensità in ogni angolo del mondo. Tutto ciò comporta una grande responsabilità. Il gesto della Nazionale turca è causato chiaramente da un sentimento di terrore, ma non esula i calciatori dalle responsabilità derivanti dal proprio ruolo. Ci fossero dubbi su questo, discuteremmo i valori intrinsechi dello sport. Lo sport è un atto politico, non deve rimanere fuori da queste questioni: ognuno di noi deve prendersi cura del proprio pezzo di mondo e migliorarlo facendo bene il proprio mestiere. Tutti noi facciamo, nel nostro piccolo, facciamo politica".

Sulle parole di Uva: "Michele è un mio carissimo amico, è una persona estremamente intelligente. In alcune circostanze lo sport può guidare la politica, è successo già molte volte ed è stato importante come strumento diplomatico. Il tema riguarda la Turchia di Erdogan, se essa sia il posto giusto per far innescare un meccanismo di questo tipo. Ripenso a casi del passato in cui lo sport ha scardinato situazioni e proposto strade che la politica non ha trovato: mi auguro che questa partita possa andarsi ad annoverare tra questi episodi. La finale di Champions League ad Istanbul può rappresentare questo tipo di opportunità. Fare bene il calciatore non significa non dover mettere la faccia, bisogna prendere esempio da persone come Claudio Marchisio. C'è bisogno di atleti che dicano come la pensano. Ora la Uefa ha un compito altissimo e bellissimo allo stesso tempo: su queste questioni, da un punto di vista culturale, è più importante dell'ONU. Bisogna scegliere da che parte stare.".

Sulla paura: "Sono d'accordo sul fatto che un clima di terrore del genere porta le persone a compiere atti come quello dei giocatori turchi. sarebbe da capire qual è, in questi casi, il limite. La Turchia sta giocando partite in campo internazionale in concomitanza con una guerra di cui è protagonista: la strumentalizzazione del caso è evidente, servono organismi esterni pronti ad intervenire. Non serve essere tutti eroi, anche il giocatore NBA Enes Kanter lo ha ricordato. Ciò che è successo a Parigi è un chiaro segnale, che richiede che la Uefa e il mondo dello sport dicano come la pensano".

Sugli sportivi e sulle società: "Sono contro un certo tipo di santificazione dello sport, specialmente quello professionistico. C'è uno sport fatto bene e uno fatto male, a maggior ragione a livelli altissimi. Sarebbe giusto uscire dai canoni un po' ipocriti che vedono questo mondo come sinonimo di perfezione. Lo sport ha le sue regole. C'è la necessità di sapere se gli sportivi siano in grado di parlare un linguaggio universale, rivolto a tutti e non solo a loro stessi: l'impatto a livello comunicativo è più potente anche dei fondamentalismi religiosi. Questa responsabilità si trasforma in fama e successo, è un dono e va di pari passo con  il talento. Tutto dipende da come si utilizza uno strumento del genere. Mi aspetterei sempre una presa di posizione forte da parte di professionisti di questo livello e da parte delle stesse società, che fanno riferimento a una comunità di persone che si riconoscono in quella maglia. In questo senso, encomiabile l'atteggiamento del St. pauli, che ha preso un provvedimento di straordinaria efficacia, ignorando gli aspetti tecnici e trasformandosi in promotore dell'educazione d alcuni valori fondamentali".

 

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