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Una vita al servizio dell’Azzurro. Il dirigente Antonello Valentini si racconta, ripercorrendo una carriera unica al fianco dell’Italia
10 lug 2026 19:00Calcio
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© foto di Federico De Luca

Sette Mondiali, sei Europei, tre Olimpiadi, addetto stampa della Nazionale dal 1987 al 2009, poi direttore generale della FIGC fino al 2015, Antonello Valentini ha avuto una carriera costellata d'azzurro. Lo storico dirigente si è raccontato nell'approfondimento "Storie di calcio", in onda sulla radio di Tuttomercatoweb.com" e condotta da Marco Piccari Io avevo cominciato con la Nazionale negli Europei del 1988, quando la Nazionale di Vicini arrivò al terzo posto con una squadra molto giovane, che poi due anni dopo avrebbe fatto grandi cose".

Il racconto si sposta a questo punto sulla rassegna delle “Notti Magiche”, capace di far sognare un paese intero: “Italia '90 fu il mio primo Mondiale e sono convinto che avremmo potuto vincerlo. Ancora oggi discuto con il mio amico Walter Zenga per quell'uscita improvvida che permise a Caniggia, che non era alto più di un metro e settanta, di segnare. Il viaggio di ritorno da Napoli fu di una mestizia unica, anche se i giocatori furono bravissimi a ricaricarsi e a vincere la finale per il terzo posto contro l'Inghilterra”.

Poi arrivò il viaggio negli Stati Uniti di quattro anni più tardi, anche qui concluso con una delusione ai rigori. Gli aneddoti e le storie però sono rimaste egualmente impresse nella memoria di Antonello: “Nel 1994 ci fu invece il Mondiale negli Stati Uniti. Se mi sono venuti i capelli bianchi prima del tempo lo devo ad Arrigo Sacchi, che con la sua intensità e la sua pressione ci mise tutti a dura prova. Il nostro salvagente, in molte circostanze, fu Carlo Ancelotti, che era il suo vice e che spesso riusciva a riportarlo a più miti consigli.
Fu comunque un'esperienza straordinaria, seppur vissuta con un caldo infernale e un tasso di umidità pazzesco. Rimane il miglior risultato ottenuto dalla Nazionale al di là dell'oceano, anche se perdemmo la finale contro il Brasile. Nonostante tutto dovremmo fare una statua a Roberto Baggio, che ci salvò contro la Nigeria quando eravamo ormai spacciati.

In finale, purtroppo, Roberto non era nelle migliori condizioni e ritengo che allora commettemmo due errori. Il primo fu quello di non trasferirci direttamente a Los Angeles, dove il clima era più favorevole, mentre il Brasile era già lì da tempo. Il secondo riguardò proprio Baggio: non stava benissimo e decidemmo di sottoporlo a un provino piuttosto insolito, facendolo calciare il pallone contro le pareti del salone delle feste dell'albergo di Los Angeles in cui alloggiavamo. Tirava delle autentiche sassate contro le pareti rosse damascate della sala congressi. A quel punto si decise di farlo giocare dall'inizio, ma non riuscì ad arrivare al meglio alla fine della partita e sbagliò il rigore che tutti ricordano.

Un altro episodio divertente di quel Mondiale è legato a due monete da cinque centesimi americani. In una delle rarissime pause del torneo trovai in un negozio di scherzi di Manhattan una moneta che aveva l'effige di Thomas Jefferson su entrambe le facce. Ecco, all’epoca in conferenza stampa tutti volevano che a rispondere alle domande fossero Baggio e Signori. Così, ogni volta che toccava a loro, dicevo che se fosse uscita croce sarebbero potuti non andare, mentre se fosse uscita testa avrebbero dovuto presentarsi. Ovviamente non ho mai perso e loro non hanno mai scoperto il trucco. In questo modo riuscivo ad accontentare i giornalisti”.

La gioia sarebbe arrivata nel 2006, al termine di un’avventura tanto esaltante quanto complicata per le vicende relative a Calciopoli: “L'altro momento che porto nel cuore è la finale di Berlino del 2006, un'esperienza straordinaria. Furono Mondiali difficilissimi e delicatissimi per il clima che si era creato a causa di Calciopoli. Quella vicenda, però, finì per compattare il gruppo, che trovò motivazioni straordinarie per dimostrare all'Italia che i giocatori non avevano nulla a che vedere con quanto stava accadendo.
Fu molto bravo anche Marcello Lippi, senza dimenticare il capo delegazione Giancarlo Abete e un team manager del calibro di Gigi Riva. Anche Ciro Ferrara riuscì a sdrammatizzare molti momenti.
Un motivo di orgoglio che posso riconoscermi è quello di essere riuscito, in una situazione così delicata, a garantire un confronto quotidiano con la stampa. A questo aggiungo che alla Nazionale bisogna voler bene tutti i giorni, non soltanto quando si vince, ma anche quando non si riesce a qualificarsi al Mondiale, persino per tre edizioni consecutive. Lo dico non solo ai tifosi, ma anche ai presidenti dei club e a tutto l'ambiente, con il quale non sempre i rapporti sono stati ottimali. Spero che con il nuovo corso si possa ritrovare quella sintonia che considero fondamentale”.

Infine due domande: C'è una persona che ti manca particolarmente?
Gigi Riva. Gli direi che ci mancano il suo prestigio, il suo carisma, la sua etica e il suo modo di comportarsi. Ricordo che molti dei calciatori più giovani non lo avevano mai visto giocare, ma sarebbe bastato osservare con quale rispetto lo trattavano. Era in grado di influenzare positivamente tutti i giocatori, con i quali aveva un rapporto eccellente; a volte anche con fermezza, ma sempre con grande affetto”.

A chi deve dire grazie?
Alla Federazione, per la quale ho lavorato tanti anni dando sempre il massimo delle mie capacità. Ho dato tutto me stesso alla Federazione e, anche per questo motivo, provo una grande nostalgia per quell'ambiente”.

Redazione TMW Radio
Storie di Calcio - Marco Piccari racconta la storia di Antonello Valentini © registrazione di TMW Radio