Rossi: "Ranieri formichina, salvezza nelle mani del Genoa. Palermo? Se chiama..."

31 lug 2020 19:42Calcio

L'allenatore Delio Rossi è intervenuto in diretta a TMW Radio, nel corso della trasmissione Stadio Aperto, ai microfoni di Francesco Benvenuti e Dimitri Conti, iniziando con un ricordo dell'ultima volta che la Lazio ha raggiunto Champions League, con lui in panchina: "Partecipare alla Champions è un grande evento, questa Lazio è totalmente diversa dalla mia, che era in allestimento e appena presa da Lotito. Questa invece era stata programmata per arrivarci".

Comprensibile la delusione dei tifosi laziali per come si stavano mettendo le cose? "Chiaro che c'era un trend positivo, e la possibilità di programmare le partite una a settimana. Così invece si è azzerato tutto, soprattutto le sfide europee dei competitori. Negli occhi della gente però rimangono sempre le ultime partite: chi fa 28 punti nell'andata e 10 nel ritorno si salva, ma così fa una schifezza di campionato, mentre alla rovescio è grande".

Tra Lecce e Genoa sarà sfida salvezza fino in fondo. "Essendo affezionato a entrambe le squadre che ho allenato, vorrei si salvassero entrambe ma non è possibile. Per me è tutto nelle mani del Genoa, giusto poi che retroceda chi delle due arriva dietro. Noi però valutiamo questo periodo come la prosecuzione del campionato, mentre credo che siano proprio due tornei diversi: non si spiega che chi prima faticava ora è da Champions e viceversa, per me la verità sta nel mezzo".

Nella Juve fa più la differenza l'aspetto tecnico o quello societario? "Un progetto vincente non può prescindere da una grande società: è un gran club a fare grande un allenatore, difficilmente il contrario".

C'è la sensazione che il Lecce potesse avere ad oggi qualche punto in più? "Il rammarico fa parte del gioco ma magari ci si dimentica dei pareggi con Juve e Inter, dove potevi anche non fare punti. La condanna è arrivata negli scontri diretti, gli ultimi: penso per esempio al gol rocambolesco preso col Genoa. Però è sempre tutto col senno di poi: per me le partite finiscono al 90', focalizzarsi su un'unica sfida è sbagliato, e questo discorso vale per tutti. Poi ci sono quelle partite che fanno da spartiacque, penso per esempio all'andata tra Lazio ed Atalanta: vinci 3-0 poi fai 3-3, e lì per la Lazio è iniziato un altro campionato".

Rimanendo allora più generici, come giudicare il lavoro di Liverani? "La storia la fa chi vince, non chi perde. Faccio l'esempio di un allenatore che ha fatto una carriera incredibile, arrivando ai rigori nella finale di Champions dopo essere stato sull'orlo della retrocessione. Se la perdeva, probabilmente era esonerato, invece l'ha vinta. Parlo di percezione, poi ogni società deve fare valutazioni in base a materiale, obiettivi e difficoltà, altrimenti chi vince fa sempre male e chi perde bene. Potrebbe essere pure un miracolo il fatto che il Lecce sia lì a giocarsi la salvezza all'ultima partita. Io poi voglio bene a Fabio, per me sarebbe da promuovere".

Chi dei tanti calciatori che aveva poi divenuti allenatori, sentiva che sarebbe arrivato dov'è? "Questa domanda me la fanno spesso, ma calciatore e allenatori sono due status diversi. Il giocatore pensa solo a se stesso, l'allenatore a tutto e tutti tranne che a se stesso. Ci sono giocatori che hanno sensibilità calcistica, e ad esempio Liverani e tra questi oppure c'è Breda che mi somiglia molto come iter, ma è difficile capirlo prima. Penso poi che l'ambiente che frequenti ti permetta di capire come si pensa in ogni contesto, ad esempio com'è successo per Simone Inzaghi nella Lazio di Cragnotti piena di campioni. Molti non riescono a fare il passaggio, perché bisogna pensare come se si andasse a fare un altro mestiere".

Perché in Italia si vedono così tanti moduli con difese a tre? "Non puoi prescindere dai giocatori che hai: se ci sono tre centrali bravi e veloci, è più facile trovare due esterni che non due terzini. Questi ultimi, che siano bravi nelle due fasi, non si trovano facilmente, e basta pensare alla Juventus. Dipende sempre da cosa vuole l'allenatore, e per di più dico che la maggior parte giocano a tre, non a cinque. Giusto Guardiola, o l'Atalanta che ti viene a prendere altissimo. Non esiste però un sistema di gioco superiore a un altro, a fare la differenza sono sempre i giocatori. Non è il modulo in sé a determinare, o non ci si spiega come i giocatori dell'Atalanta sembrano fortissimi e fuori di lì degli scappati di casa".

Meritata la conferma di Iachini nella Fiorentina? "Molto probabilmente avranno valutato le difficoltà del contesto, perché subentrare non è facile, e capito che sia moralmente che tecnicamente sia stato valutato che sia la persona giusta per il futuro. Non credo sia solo un bonus perché si è salvato...".

La carriera di Pastore ha rispettato le aspettative? "Essere titolare nella rosa del PSG non è da tutti. Sicuramente il Flaco, e lo stesso discorso vale per Ilicic o Abel Hernandez o ancora Zarate, ha quel quid in più, anche se poi magari sono giocatori che si perdono. Ilicic ora ha capito come ci si allena al calcio, perché molti slavi pensava di doversi riposare in settimana e poter così dare tutto la domenica, ma io lo sfidavo a fare il contrario. Ora però ha capito come si lavora, anche perché con Gasperini è tutta intensità. Se non toccano con mano i benefici di questo approccio, però, faranno fatica, e farlo capire ai campioni è difficile: chi ci riesce fa la differenza. Anche in Europa a fare la differenza è l'intensità di gioco, quella del Liverpool su tutti. La squadra più europea in questo senso è l'Atalanta, anche se la qualità della Juve non ce l'ha nessuno: sono curioso perché se non alzano i ritmi rischiano molto".

Già col Lione? "Sì, anche col Lione, fermo restando la situazione particolare".

Quale il segreto di Ranieri per risollevare la Sampdoria? "Penso la semplicità. Lui ha chiesto ai giocatori cose semplici, e seconda cosa mi sembra, conoscendolo, anche che abbia avuto un atteggiamento da padre di famiglia. Essendo di buonsenso, non si abbatte nei risultati negativi e non si esalta per quelli positivi. A fare la differenza è anche l'ambiente: a Firenze, per dire, non so se le cose sarebbero andate così... Ha responsabilizzato i giocatori ma senza mettergli pressione. Ha fatto la formichina".

Se lo aspettava un Kjaer così? "Io che l'ho allenato dico che forse è il più forte nell'uno-contro-uno che abbia mai allenato. Rapido, bravo di testa, sa anche giocare la palla e questo lo distingue dai marcatori. L'unica cosa a fargli difetto, cosa che hanno diversi giocatori, è la fatica nel giocare dentro la linea. Ragionano più in modo istintivo che altro, ma la difesa è matematica. Ad esempio secondo me la Juve soffre perché i movimenti difensivi non sono coordinati com'era nel Napoli di Sarri. Interpretano il ruolo più in maniera singola che individuale. Un altro grandissimo che secondo me fa fatica nella linea è Manolas: ha difficoltà a muoversi con gli altri. Sulle qualità del calciatore, comunque, non avevo dubbi: oggi vedo che Kjaer è migliorato molto, e sarà stato anche grazie al tempo. Io ce l'avevo molto giovane...".

Quando la rivedremo in panchina? "Qualcosa si muove, soprattutto all'estero. Io so fare solo questo, poi...".

Chiamasse il Palermo? "Sono abbastanza pragmatico e abituato a non usare i se e i ma. Quando sono andato a Palermo sapevo che c'era l'acqua alla gola, che la situazione fosse disperata. Ma sono così coglione e romantico che vado a buttarmi con la testa in bocca al lupo. Se capiterà, valuterò. Vorrei andare al Real Madrid, anche, ma se non mi chiamano...".


Delio Rossi intervistato da Francesco Benvenuti e Dimitri Conti © registrazione di TMW Radio

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