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Riccardo Maspero, l'uomo che ha deciso due derby (ma solo uno con un gol)
13 feb 2026 18:45Calcio
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© foto di Marcello Casarotti/TuttoLegaPro.com

Protagonista di Storie di Calcio, su TMW Radio, è un attaccante che Novanta e Duemila ha lasciato il segno, in mezzo a una marea di campioni. Parliamo di Riccardo Maspero, classe '70 di Lodi, cresciuto nel Fanfulla, squadra della sua città d'origine, e che dopo alcuni provini con Milan e Inter, nella stagione 1988-1989 viene preso dalla Cremonese. Ed è qui che inizia la sua storia, fatta di un incontro importante, quello con il suo allenatore, Bruno Mazzia, che si rende conto del suo talento e lo butta nella mischia senza paura e da quel momento si prende le chiavi del centrocampo della Cremonese con grandi prestazioni. I grigiorossi lo fanno debuttare in Serie B e in Serie A, e con la maglia dei lombardi disputa la parentesi più lunga della sua carriera da calciatore, otto stagioni. Nel mezzo una breve parentesi nel 1994-1995 alla Sampdoria (in cui segna nel derby genovese). 

Poi le esperienze a Lecce, Vicenza, Perugia e Reggiana tra le Serie A e B, prima del ritorno in Serie A col Perugia e successivamente al Torino, dove memorabile è il rigore "fatto sbagliare" al bianconero Salas quando la sfida era sul 3-3 con una mossa davvero "cattiva". L'ultima esperienza "vera" con la Fiorentina, poi dal 2005 il ritorno romantico al Fanfulla, in Serie D, prima di altre piccole apparizioni in squadre di provincia, solo per il gusto di portare avanti la sua passione per il calcio.

Una passione per il pallone, quella di Riccardo Maspero, merito anche del papà, che crebbe nelle giovanili del Piacenza: "Mi ricordo i calci a un pallone da piccolo, i vetri rotti dei primi piani, poi l'oratorio, dove si giocava il pomeriggio fino alle sei. Quando non c'erano gli allenamenti, l'oratorio era la tappa fissa. E si tornava con i buchi sotto le scarpe, per il campo in cemento. Mio padre giocava, aveva questa passione e me l'ha passata. E ho ricevuto anche qualche dote naturale di tecnica e intuizione. Per me avere il pallone tra i piedi era divertirsi. Sognavo di giocare, da sempre. Avevo anche i libri di Pelè, per vedere come lui cresceva, giocava".

Una passione che poi anche lui ha passato a sua volta ai suoi figli: "Hanno ereditato il mio gene, la mia tecnica e la mia qualità. Non ho forzato niente, l'unica che ho fatto è che facessero uno sport, perché è importante. Ti fa maturare. Quando iniziai a Cremona, iniziai a non uscire la sera, a mangiare bene, non fumare o bere, cose importanti per un calciatore professionista. Credo che sia importante per la propria crescita. Avere un obiettivo sano, che ti fa crescere, è stata la mia vittoria più importante".

Poi ha raccontato la "sua" Cremonese: "Sono cresciuto in quell'ambiente, ho esordito in prima squadra a 17 anni, tirando il rigore nel pareggio con la Reggina. Ho fatto la gavetta vera prima di andare alla Sampdoria, la mia prima grande squadra. Oggi invece si firmano subito contratti importanti e si perdono certe cose. Cremona è speciale perché ho avuto una società che credeva tanto nei giovani e lavorava tanto nel settore giovanile. C'era Luzzara come presidente che era un signore del calcio. Ma attorno tanti altri grandi dirigenti, come Favalli. Era una vera famiglia, con i veterani che guidavano tanti ragazzi come me. Si cercava sempre di ottenere l'obiettivo ma con la stessa filosofia".

Poi l'esperienza alla Sampdoria: "E' stato un periodo positivo. Il primo anno feci otto gol, un bottino importante. Giocavo con grandi campioni, c'erano giocatori davvero importanti, e si puntava anche allo Scudetto. Per me fu un anno importante, a 25 anni ero nel pieno della mia maturazione, segnai anche il gol vittoria nel derby, ma probabilmente non è stato sufficiente per rimanere. Ho avuto la sfortuna che entrasse in vigore la legge Bosman, che aprì il mondo alla Samp, che prese Seedorf e Karembeu. Io volevo giocare e per questo ci fu l'addio. Tornai alla Cremonese, con Simoni e la società che mi aspettavano a braccia aperte. Ma rimane un periodo bellissimo quello in blucerchiato. Era un gruppo con tanti sposati e io ero solo fidanzato, uscivo un po' con Zenga e Gullit quando le mogli erano fuori. Alla fine però mi sposai anche io per non restare fuori dal coro (ride, ndr). Poi sono tornato a Cremona e forse lì ho fatto la mia più bella stagione".

E ha raccontato un po' di Gullit: "Mi ricordo che andavamo in giro per Genova e metteva il cappellino sennò lo riconoscevano tutti. Un ragazzo incredibile, gran lavoratore, che dava sempre tutto. Era davvero piacevole starci insieme". 

Maspero che ha commentato anche alcuni suoi ex tecnici: "Mazzia a Cremona, che ha creduto in me e mi ha lanciato in un calcio che era davvero difficile. Mi ha dato la possibilità di diventare calciatore. Simoni mi ha plasmato, mentre Eriksson mi ha scelto per stare in un gruppo di campioni e mi ha fatto vedere come si allena e si gestiscono i campioni. Camolese invece quello che tatticamente è stato un artista, è riuscito a tirar fuori da quel Torino il massimo".

Simoni che lo voleva portare al Napoli: "Visto quello che è successo a Colonnese, che lo ha seguito lì e poi all'Inter, è un bel rimpianto. Ma all'epoca il mio cuore era per la Cremonese. Nonostante le sue pressioni, sono voluto rimanere lì. Gigi ci teneva, a mia moglie sarebbe piaciuto andare giù ma è andata così".

E ha raccontato quel momento iconico, di quel rigore fatto sbagliare a Salas in un derby della Mole tra Torino e Juventus: "E' stata una mezz'ora tragica. Eravamo in panchina io e Ferrante ed eravamo preoccupati. Il derby ci doveva dare la spinta giusta per ricominciare a vincere in campionato. Invece ci massacrarono all'inizio, andando sul 3-0. Mi ricordo che nell'intervallo, nel tunnel, io guardavo i giocatori della Juve ed erano veramente concentrati. Nello spogliatoio nessun parlava, solo Camolese, alls fine dicemmo che dovevamo tirare fuori l'orgoglio. Loro pensavano di aver già vinto, forse mollarono un po'. Noi ci abbiamo messo la grinta e recuperammo fino al 3-3. Tre gol che rappresentarono la nostra grinta e il coraggio di rimontare. Poi succede che danno un rigore per me inesistente alla Juve, tutti addosso all'arbitro e io ho cercato di rovinare il dischetto, che so quanto dà fastidio a chi calcia trovarlo così. Salas non si curò di sistemare il dischetto, un errore per superficialità. E sbagliò. C'era Tacchinardi che era lì con me e mi diede una pacca sulla spalla dicendomi 'Basta', perché poi sa che tocca al giocatore che va a calciare sistemare la zona. Fu l'unico che si era accorto ma non diede peso vero a quel gesto, che poi invece fu decisivo. Poi la sera al tg uscì la notizie ed ecco che di quel gesto se n'è parlato tanto".

Daniele Petroselli
Storie di Calcio - Francesco Tringali racconta la storia di Riccardo Maspero © registrazione di TMW Radio