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Giuseppe Corrado, presidente del Pisa, si è collegato in diretta con TMW Radio nel corso della trasmissione Stadio Aperto: "Il periodo è drammatico, e nessuno poteva immaginare di viverlo. Sono situazioni che ti cadono addosso, ancora oggi al mattino mi sveglio senza rendermi conto di tutto ciò di cui siamo privati. Vero che con l'informatica si continua a fare quello che si faceva, ma purtroppo lo si fa chiusi in casa. Io sono rimasto bloccato a Parma, dove c'è mia moglie".
La vostra posizione è di provare a ripartire, ma il protocollo è applicabile? "La difficoltà è simile tra Serie A e B, cambia poco. Il limite dei rigidi regolamenti sugli spazi, almeno nella prima fase, è raggiungibile da tutti. Si tratta però di capire quanto costa: ognuno può trovare centri in cui organizzarsi qualora non abbia campi a sufficienza. Con i tornei giovanili sospesi ci sono tutti quei centri e quelle strutture utilizzabili, ora che sono chiuse. Sarà costoso, ed è imposto un ritiro lungo... L'impatto dei costi per una società di Serie B è più rilevante per la differenza nei ricavi. Le regole sembrano abbastanza rigide, e giocoforza qualche contributo o forma di sostegno per generare tranquillità e sicurezza negli atleti serve. Credo che i governanti, la federazione e gli istituti sportivi si rifacciano agli altri paesi europei, vedo che in Germania sono già ricominciati gli allenamenti. Non siamo più realisti del re, ma sicuramente per la Serie B sarà molto costoso".
Si rischia l'impatto sulla stagione prossima e quelle successive? "Ognuna società ha fatto le sue programmazione, ma non si parla di uno sport bensì di un'attività sportiva industriale. Chi fa calcio deve partire da un presupposto: avere uno stadio e un centro sportivo adeguati. Su questo siamo abbastanza in ritardo, ieri ho sottolineato questo in assemblea di Lega. La problematica di ripartire ci attanaglia, ma questi protocolli di sicurezza dovranno essere rispettati finché non ci sarà il vaccino, per diversi mesi. Se non sistemiamo le strutture e le società la situazione rischia di degenerare drasticamente".
State lavorando sul progetto stadio? "Noi forse siamo anche più avanti di tante realtà. Il progetto sullo stadio è iniziato nella primavera 2017, tre mesi dopo il nostro arrivo a Pisa. Credo che si sia ad un punto abbastanza importante, siamo ormai alla vigilia dell'approvazione del progetto esecutivo finale, ne abbiamo messi otto in gara arrivati da architetti internazionali optando poi per un progetto che salvaguardi anche l'ambiente, visto che abbiamo l'impianto a 280 metri dalla Torre di Pisa, prevediamo anche un museo all'interno sia sulla torre che sullo sport. Il calcio è un business di intrattenimento, e lo stadio fa parte del nostro programma: la partenza del progetto era prevista a fine stagione con la prima pietra in autunno per la ristrutturazione del vecchio stadio, reso molto più moderno e multifunzionale. Come generazione di valore occupa una bella fetta del programma, poi chiaro c'è il lato sportivo: servono risultati per convogliare tifosi, anche se noi già siamo secondo club per fatturato in abbonamenti e tifoseria nonostante limiti strutturali che rendono inagibili alcuni zone. Pisa però potrebbe generare attrattive ancora superiori: solo per la Torre di Pisa ci sono 5-6 milioni di visitatori l'anno".
Il Governo è intervenuto bene? "Per il momento ancora non è intervenuto. Alcune dichiarazioni delle ultime settimane mi sorprendono, le frasi populiste vanno bene se fatte per la strada. Ieri leggevo la dichiarazione del Ministro della Sanità che diceva come il calcio fosse l'ultimo dei problemi. Capisco il suo ruolo, ma oggi vediamo paesi che sono partiti dopo, come la Germania, ricominciare con gli allenamenti: bisogna avere la pazienza, il coraggio e la modestia di fare benchmark. Non credo però che debba fare una graduatoria sull'importanza dei problemi, non spetta certamente a lui. Non muore nessuno, forse, se non si giocherà a calcio, forse si può vivere senza andare al cinema e rinunciare a vacanze, spiagge e parrucchiere ma ci sono miriade di famiglie che vivono su queste cose. Il calcio non è solo un gioco, occupa 52.000 famiglie oltre a quelle dei calciatori. Occorre prendere di petto la situazione industriale del calcio, perché al di là dei calciatori chi lavora i questo sistema avrà grandi problemi, e un ministro deve valutare questi problemi. C'è gente a casa da 48 giorni e, al netto dei giocatori che stanno fremendo, e questo problema va affrontato. Condivido le dichiarazioni di Gravina, sul dover portare a termine tutto e vedo che anche la UEFA oggi si è schierata così. Chi fa sport non può pensare che non ci siano vincitori e vinti, specialmente quei tifosi e spettatori che alimentano il tutto: interrompere la competizione senza finirla sarebbe deluderli. Se poi bisogna cambiare un po' il format, lo faremo, ma qui c'è il sacrificio lungo mesi. Da quando siamo arrivati abbiamo assistito a ripescaggi, retrocessioni per illeciti e altre situazioni così. Della Serie B che c'era l'anno in cui giocammo, ben sette società sono sparite. Ogni anno c'è qualcosa: è un calcio che ha visto troppe cose a tavolino. Oggi si sentono idee, suggestioni ma vedendo la classifica capisci chi è che vuole fermare. Questa situazione non aiuta a credere e a volere bene al calcio. Chiaro che giocando in uno stadio chiuso sembra un altro sport, ma almeno dai l'opportunità a tutti di vedere, è il male minore. Vedo che c'è la massima disponibilità da parte di tutti, pensando magari anche al prossimo campionato su un anno solare, la Champions pensa alla finale per agosto. Così magari ci sarà spazio per la Serie B di organizzarsi per i protocolli, sperando che andando più avanti le cose possano migliorare. Un'ultima cosa...".
Prego. "In questi quaranta giorni stiamo pensando molto a queste cose, non ho mai sentito così tanti scienziati parlare in televisione, chiaramente ci stiamo tutti preoccupando: ora magari spegniamo la televisione generalista e guardiamo qualche film in più".
