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Ci sono imprese che lasciano il segno. E in Italia ce n'è una che è ancora oggi impressa nella mente degli appassionati di pallone, quella dello Scudetto dell'Hellas Verona nella stagione '84-'85, firmata Osvaldo Bagnoli, tecnico scomparso a 91 anni il 17 luglio 2026. E protagonista della nuova puntata di Storie di Calcio, condotta da Marco Piccari.
Nato alla Bovisa, quartiere della periferia settentrionale di Milano, dopo una carriera da calciatore,nel 1969 iniziò quella da allenatore, inizialmente da vice nel Verbania. Poi Solbiatese, Como, fino ad arrivare nel 1981 a Verona, dove è rimasto fino al 1990, prima dell'esperienza al Genoa per due stagioni, chiudendo la propria carriera all'Inter nel 1994.
A parlarne ai microfoni della radio di Tuttomercatoweb.com è stato l'ex portiere Simone Braglia, allenato da Bagnoli proprio ai tempi del Genoa: "Aveva un pregio: per lui erano tutti figli, e lui era il primo che si ergeva a paladino del gruppo, che consolidava durante l'anno per ottenere certi risultati. Uomo di grande esperienza, creava il gruppo per poter far sì che fosse sereno e potesse rendere al meglio. Ne ha cresciuti tanti di giocatori a livello internazionale. Mi ricordo che Aguilera arrivò il primo anno ma non rese, ma con Bagnoli esplose definitivamente. Nel primo approccio con lui parlavamo in dialetto milanese, perché lui di Milano, io di Como. Era un uomo vero, schietto, con una personalità enorme. Ovunque è andato, ha ottenuto sempre risultati. Solo all'Inter, perché non era il club adatto per fare quello che voleva fare. E' entrato però nella storia del calcio italiano con Verona e Genoa".
E ha ricordato i primi approcci con lui: "Nei due anni che l'ho avuto è stato come un padre davvero. Prima della prima partita, prima di dire la formazione, il sabato radunò la squadra e cominciò a dire che io ero il titolare. Prima di cambiare doveva succedere un cataclisma. Io giocai tranquillo e ho dato il meglio di me stesso in quei due anni. Il primo anno arrivammo quarti e vincemmo davvero tanto in casa, non ce n'era per nessuno. Era davvero una squadra forte. Anche tatticamente Bagnoli aveva anticipato i tempi, giocavamo a tre dietro e in difesa in cinque poi".
Braglia che poi ha descritto al meglio le qualità di Bagnoli: "L'umiltà che aveva. Anche se vincevamo, anche con le big, dalla Juve all'Inter, non dava mai questa grande enfasi emotiva. Mitigava molto quello che si faceva ma ti dava la carica giusta per affrontare qualsiasi avversario. Vincemmo a Torino con la Juve 1-0, ma anche tante altre partite, anche in Coppa UEFA. Era un padre di famiglia. Era attaccato alla tecnica. A fine anno non ne potevo più di fare certi esercizi. Si facevano contro di noi 45 minuti solo di tiri per due giorni a settimana. Curava tutti i particolari della tecnica. Mi ricordo che lui difese la rosa, andando contro la piazza, che era tutt'altro che semplice. Il mister ha avuto il coraggio di andare ai microfoni e difendendo Bortolazzi e la squadra, andando contro i tifosi che rumoreggiavano parecchio. Poi il gruppo rispose e dalla vittoria successiva nel derby inanellammo una serie che ci portò al quarto posto".
Immancabile un ricordo di quella partita mitica in Coppa UEFA ad Anfield contro il Liverpool, e vincere in quello stadio: "Era tranquillissimo, non palesava mai ansia. Per lui era una cosa normale. Non ti diceva nulla, perché si fidava di noi. E noi ci fidavamo di lui. Lui con questo atteggiamento ti gasava. Lui era sicuro di quello che noi potevamo dare. Ed è questo che ci dava forza e serenità per ottenere certi risultati".
