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A Storie di Calcio, trasmissione di TMW Radio, protagonista è stato il difensore Luigi Garzya, classe '69, che ha vissuto una vita tra Serie A e B, specialmente con i colori giallorossi.
Cresciuto calcisticamente nel Lecce, Garzya debutta in Serie A con i salentini nel 1985-1986 per poi passare nell'ottobre 1987 in prestito alla Reggina, dove disputa una stagione di Serie C1, per poi fare ritorno alla base. Nel 1991 il passaggio alla Roma, dove è titolare per tre stagioni, prima della cessione alla Cremonese, dove rimane due anni, prima della sua avventura al Bari in Serie B e che riporta immediatamente nella massima serie. Rimane con i biancorossi, dei quali diventa anche capitano, fino al 2000, quando viene messo fuori rosa a causa di attriti con il tecnico Eugenio Fascetti e il presidente Vincenzo Matarrese. L'ultima esperienza importante per il difensore è con il Torino, dove disputa tre stagioni, la prima in Serie B e le altre due in Serie A, prima della chiusura con Grosseto e Taranto.
"Sono stato fortunato, nel senso che ho fatto quello che sognavo da bambino e che tutti i ragazzi sognano - ha ammesso Garzya -. Devo essere grato alla vita di avermi dato questa possibilità. E' il lavoro più bello del mondo. E poi non so se è nemmeno un lavoro in realtà, perché è una passione". E ha ricordato uno dei momenti più belli della sua carriera: "Sono contentissimo di aver giocato con tro gli attaccanti più forti del mondo del mio periodo. La mia fortuna è stata quella, di incontrare Maradona, Van Basten, Totti, Del Piero, e non solo. E' la cosa più bella per un difensore. E' stato molto gratificante per i difensori di quell'epoca affrontare i top del calcio mondiale. Molto dipendeva dallo stato di forma, sia mio che dell'avversario. Me la sono sempre cavata in carriera. Non ero dotatissimo tecnicamente, ma la mia forza era la concentrazione e cercavo di sopperire ai miei limiti con questo. Sicuramente ho sofferto molto Schillaci, che usava molto braccia, era sempre in movimento. Lo stesso Signori, ma anche Baggio, Maradona".
Poi ha ricordato il periodo di Lecce: "E' la mia città, la mia squadra del cuore. Senza il Lecce non avrei fatto questa carriera e non avrei realizzato il mio sogno. Ho fatto tutta la trafila dagli Esordienti alla Prima Squadra. C'erano tanti giocatori che hanno fatto la Serie A come me, per far capire come è cambiato il calcio, visto che eravamo praticamente tutti del vivaio. Conte? Ha sempre avuto quel carattere. Siamo cresciuti insieme, è uno tosto davvero sul campo. E è molto simpatico. Ho tanti ricordi con lui. Negli spogliatoi con lui era un continuo scherzare, prima e dopo gli allenamenti. La partita più bella col Lecce? L'ultima in Serie A col Torino, era decisiva per entrambe. Tutti erano a favore del Torino, che si salvasse, invece facemmo una bellissima partita e retrocessero i granata. Tutta l'Italia era contro di noi, perché speravano nel grande Torino, invece abbiamo dato l'anima".
Mentre sul Bari, lui di Lecce, un trasferimento discusso nel 1996: "Fu Fascetti che mi volle. Mi conosceva, mi aveva sempre seguito, e anche per un gesto di gratitudine nei suoi confronti andai. Era retrocesso, chiese me come primo difensore. Io non ho potuto dire di no, però pensai anche al fatto che non era facile, vista la rivalità tra Lecce e Bari. Ci ho pensato un po', pensai a come l'avrebbero presa entrambe le tifoserie, ma io sono sempre stato un professionista serio e ho accettato questa sfida, che è andata abbastanza bene. A Lecce non me l'hanno perdonata all'inizio, anche a Bari non erano contentissimi, soprattutto poi non sapevano che poi sarei diventato capitano...".
Poi un ricordo della sua esperienza alla Roma: "Mazzone è stato un maestro, Bianchi gli sarò grato tutta la vita per avermi fatto venire lì. Boskov era una bella persona, non era un allenatore pesante, ti lasciava vivere e non potevi neanche arrabbiarti con lui. Roma è la città più bella del mondo, per me è stata una svolta. E poi ho avuto la possibilità di giocare le coppe. Una grande esperienza. Solo chi ha vissuto l'Olimpico sa che emozioni si provano. Quando senti l'inno e sali le scale, è incredibile. Si può solo immaginare, non capire. Sono molto legato alla finale di Coppa Italia contro il Torino. Perdemmo 3-0 all'andata, all'Olimpico ci giocavamo tutto e nonostante tutto ci fu il pienone, ho capito cosa vuol dire il vero tifo, cosa vuol dire essere tifoso della Roma. Vincemmo 5-2 ma non bastò, ma è stata comunque una partita memorabile. Nonostante la sconfitta mi è rimasta nel cuore l'immagine dei tifosi, che hanno fatto la differenza".
