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Evaristo Beccalossi, la storia del campione "ineffabile, come i suoi dribbling"
08 mag 2026 18:40Calcio
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© foto di Federico De Luca

A TMW Radio, durante la puntata di Storie di Calcio, condotta da Francesco Tringali, si è raccontata la storia di un campione vero, che negli anni Settanta e Ottanta ha dato spettacolo sui campi di calcio. Parliamo di Evaristo Beccalossi, una delle bandiere dell'Inter (con cui ha giocato dal 1978 al 1984, vincendo uno scudetto e una coppa Italia). Trequartista mancino, era "ineffabile, come i suoi dribbling, unico, come il suo modo di trattare il pallone", usando le parole dell'Inter che lo ha ricordato nel giorno della sua scomparsa.

Centrocampista offensivo, è cresciuto nella squadra della sua città, il Brescia, per poi essere acquistato dall’Inter nell’estate del 1978. Con i nerazzurri è sceso in campo 216 volte (37 le reti all’attivo). Nel corso di una lunga carriera ha indossato anche le maglie di Sampdoria, Monza, Barletta, Pordenone e Breno e quella azzurra: tre le sue presenze con la Nazionale Under 21, quattro e un gol con la Nazionale Olimpica. Ed è stato anche capodelegazione delle Nazionali Under 20 e Under 19, con la quale ha festeggiato nel 2023 a Malta il titolo di campione d’Europa. 

A ricordarlo in special modo un amico come il giornalista Bruno Longhi: "Ho vissuto parallelamente alla sua vita la mia. Lo vidi a San Siro in un'amichevole, scendendo le scale di San Siro dissi a Mazzola se era destro o sinistro e non lo sapeva. Poi si scoprii che era nato destro e si è esercitato col sinistro. Conoscevo i suoi malesseri, i suoi momenti di gioia, è stato uno di quei giocatori per cui paghi il biglietto. E questo vale più di qualsiasi cosa. E' stato estro e sinistro, incredibile. Ha sognato la maglia azzurra. Ha sofferto? Anche Pruzzo non partecipò al Mundial, ma mi ricordo che doveva giocare una partita contro il Lussemburgo e si infortunarono Conti e Causio. Era a cena da me Beccalossi e mi chiese di chiamare Maldini, vice di Bearzot, e mi disse che avrebbero chiamato Marocchino. Ero in difficoltà a dargli questa notizia, e mi disse: domenica faccio due gol e poi scoppia un casino. Fece due gol al Como, fece un'intervista in esclusiva a me, che tagliai per non metterlo in difficoltà in Nazionale ma uscì quella de La Gazzetta, che poi gli precluse il Mondiale".

Commosso anche un ex compagno come il capitano della sua Inter Graziano Bini: "Era venuto in una partita amichevole a fine stagione a San Siro, fece un gol strepitoso su punizione e da lì cominciò subito con i tifosi la sua storia. Tutto iniziò con una giocata che solo lui poteva fare. Era destro e sinistro, per lui era uguale. Lì fece un gol di destro e la mise all'incrocio. Da lì ha cominciato a piacere a tutti i tifosi. Era così, genio dentro e fuori dal campo. Un ragazzo imprevedibile ma sempre nel bene. Era davvero divertente starci insieme. All'epoca eravamo in 10-12 nati dal settore giovanile ed era una soddisfazione enorme. Era un orgoglio per me e la società questo. Se non era in giornata con Evaristo si giocava con uno in meno. Se Beccalossi non dribblava il primo uomo, c'era da star male perché si doveva lavorare anche per lui (ride, ndr). Ma quando stava bene faceva cose fuori dal normale".

Mentre l'ex dirigente Ernesto Paolillo ha ricordato: "Prima da tifoso lo andavo a vedere a giocare e lo seguivo. Ci ha deliziato tanto, insieme ad Altobelli. Era una bella squadra. Poi l'ho conosciuto quando sono entrato in dirigenza all'Inter, frequentava l'ambiente e ho fatto tante chiacchierate con lui. Era un personaggio a cui ci si affezionava facilmente. La figlia gli è stata sempre vicino e ci ha dato notizie in questo ultimo anno. Per quanto preparati, sono sempre momenti tristi". 

Mentre ai tempi di Brescia a "svezzarlo" è stato mister Gigi Cagni: "I giovani dovrebbero vedere qualche immagine per capire cosa vuole dire essere fuoriclasse. Giocatori così non ci sono più. Tecnicamente era un fenomeno, come ce n'erano in quel periodo. E non è stato convocato da Bearzot al Mondiale perché ce n'erano talmente tanti...ma avendolo visto da ragazzino era una roba incredibile. Io me lo ricordo, ero più grande e lui in Primavera, facemmo una partita, mi puntò la prima volta, mi fece tunnel, lo presi per l'orecchio e gli dissi di non farlo mai più. Poi però gli dissi che era troppo forte. Era forte fisicamente, una muscolatura pazzesca. Era mancino ma non si capiva se era destro o sinistro. Quando ti puntava non sapevi mai dove andasse, aveva tutto naturale. Era come Yamal. Lui voleva divertirsi, in allenamento ancora di più. E faceva delle cose che dicevi 'come ha fatto?'. Per lui era naturale, una sensibilità tecnica unica. Da quando l'ho visto la prima volta ho capito che avrebbe fatto una grande carriera. Non potevi dirgli 'difendi', magari di tornare ogni tanto. Quando non stava bene fisicamente lo vedevi più degli altri perché rischiava sempre, ma il rendimento era sempre molto alto".

"L'ho conosciuto da commentatore, ne ho apprezzato la simpatia, l'ironia nei suoi commenti - ha detto invece il giornalista Enzo Bucchioni -. E' uno di quei personaggi che non moriranno mai. Quel numero 10 significa poesia, estro, genialità, imprevedibilità. Beccalossi era un grande fantasista. Non ha mai rinnegato nulla, perché era così. ha fatto quello che sentiva di fare e persone così le amiamo tutti. Chi non avrebbe voluto essere un 10 come Beccalossi?".

Infine il direttore editoriale de L’Interista, Lapo De Carlo: "Ho vissuto due periodi distinti di Evaristo Beccalossi, quello da tifoso, giovanissimo, che andava allo stadio da piccolo. Era un Inter che aveva veramente giocatori fantastici, con un progetto giovane. Quando tu vedevi il Cine Giornale, c'erano queste immagini un po' sgranate, a rallentatore, che rendeva tutto ancora più epico di quanto già non fosse. Se ti trovavi poi ad andare, quando eri piccolo, allo stadio, e vedevi che erano colori, lo vedevi da lontano, poi da piccolo vedi tutte le distanze sono diverse da quando sei più adulto. Insomma, hai un'immagine completamente rifinita. Ho scoperto Beccalossi nella fine degli anni 70, e poi quando sono andato allo stadio più frequentemente, con il Mundialito Club, che per me è rimasto nel cuore. Beccalossi lo vedi in quella cornice fantastica, da vicino, nei parterre, a distanza di pochi metri, non mi sembrava vero, e vedere quello che faceva in campo ispirava. Lui veniva considerato un fantasista, proprio perché il suo modo di stare in campo, la sua qualità, era accompagnata anche da un movimento del corpo che in qualche modo metteva sempre nelle condizioni gli avversari di non sapere cosa avrebbe fatto. Forse non lo sapeva nemmeno lui, si lasciava andare naturalmente dalla sua genialità. E questo è un giocatore che ha mostrato davvero che cosa potesse essere fare con il pallone, qualunque cosa".

Daniele Petroselli
torie di Calcio - Francesco Tringali racconta la storia di calcio di Evaristo Beccalossi © registrazione di TMW Radio