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De Canio: "Conte feroce anche al primo colloquio. In Eriksen non vede il fuoco"
07 dic 2020 19:35Calcio
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© foto di Federico Gaetano

L'allenatore Luigi De Canio si è collegato in diretta con TMW Radio, intervenendo nel corso della trasmissione Stadio Aperto, ai microfoni di Francesco Benvenuti e Niccolò Ceccarini. Le sue riflessioni iniziano dal girone dell'Italia nelle qualificazioni a Qatar 2022: "Il girone certamente non è di grande difficoltà, però le maggiori garanzie te le dà questa squadra, la filosofia, il vento nuovo che ha portato Mancini: a lui il totale merito di quanto sta accadendo. La Nazionale ci dà sicurezze e gioia, la tranquillità di affrontare alla pari ogni incontro, anche con le grandi potenze, e di poter raggiungere qualsiasi traguardo".

Sorpreso da questo nuovo Mancini insegnante coi giovani? "Oltre che un allenatore con la mentalità della vittoria è anche un esteta del calcio, in virtù del suo passato da calciatore e del suo modo di essere. Gli è sempre piaciuta la qualità, perché il calcio è un arte. Certo, per giocare bene e fare grandi risultati ci vogliono i campioni: nei club è più difficile, per ottenere risultati immediati spesso sono le società a chiederti di affidarti ai più esperti, ma in Nazionale ha fatto le scelte giuste con coraggio e competenza".

Belotti e Immobile sono i centravanti giusti? "Intanto li abbiamo... Sono attaccanti che fanno gol, e chi sa farli ci riesce con chiunque, contro qualsiasi avversario. Sono in linea col valore degli altri calciatori che compongono la rosa della Nazionale. Piuttosto vorrei sottolineare che l'Italia dimostra di avere giovani di valore e qualità: significa che non siamo messi poi così male come spesso si dice, ma ci vogliono le persone che hanno il coraggio di rischiare e puntarci".

A centrocampo, poi... "Parliamo di Verratti, perché è dovuto andare al PSG? Nessuno davvero poteva tenerlo in Italia? Ci vuole coraggio e competenza nel saper scegliere i giocatori".

Ci vuole più un allenatore coraggioso o una società che lo protegge? "Un allenatore può avere coraggio, e immagino che ce ne siano. Però sono fondamentali le competenze espresse dalla società: chi sa valutare non giudica solo il risultato, ma fa in modo di arrivare alla filosofia prefissa dalla società. Per riuscirci, ci vuole competenza e capire di calcio in maniera profonda".

Italiano e De Zerbi sono il nuovo che avanza? "La scuola italiana ha sempre dimostrato un livello elevato nella formazione e nell'espressione del lavoro degli allenatori. Questi due sono tra i più giovani, di bravi ce ne sono molti: seguo però con molto interesse il lavoro che stanno facendo a Verona con Juric, mi piace molto la personalità con cui questa squadra si esprime. Stanno tutti contribuendo a mantenere alto il livello di competenza italiana".

Passando alla B, Zanetti e Dionisi? "Sì, confermo, li ho incontrati in Serie C e con loro mi sono complimentato fin dal primo momento. Due ragazzi molto bravi, faranno parlare di loro ancora più di oggi, e secondo me avranno una bella carriera".

Il calcio italiano è miope nei confronti della Serie B? "Diciamo che la selezione è molto dura in Italia, dove il calcio è vissuto a 360 gradi e per formarti come calciatore devi essere completo. Tanti elementi farebbero la loro bella figura in campionati stranieri, qui gli allenatori si preparano con precisione, c'è la presenza di una stampa che analizza fin più nel profondo dettaglio sia prestazioni che comportamenti... Il livello professionale è elevato, c'è una grandissima tradizione".

Il mondo Udinese è cambiato molto negli ultimi anni. "Sì, gli stessi Pozzo poi hanno diversificato i loro investimenti calcistici...".

Granada e Watford hanno distolto attenzione? "Beh, non è cosa facile. Prima la concentrazione del gruppo era tutta sull'Udinese. Era poi una realtà unica in Italia per tipologia di lavoro, mentre oggi c'è più concorrenza, anche se le società che si organizzano così sono ancora poche".

Il Genoa sa solo soffrire... "Questo della sofferenza è un luogo comune che vorrei tanto sfatare. Parliamoci chiaro: Preziosi ha investito molto nel calcio italiano, ha cercato di fare il Genoa una piazza sempre più importante con passione, ma gli è riuscito in poche circostanze. Penso abbia sempre prevalso la sua passionalità da tifoso piuttosto che una certa razionalità. A volte gli è andata bene, altre un po' meno... Mi dispiace dirlo, ma credo proprio che il progetto poteva avere un altro sviluppo, anche per la soddisfazione dei tifosi, e me ne rammarico molto perché il Genoa è un patrimonio del calcio italiano".

Quale la squadra che l'ha più delusa in questo avvio? "Non vorrei parlare di delusioni, è un momento talmente difficile e delicato... Il calcio non poteva rimanere indenne dalla pandemia, è fatto da uomini e ci sono tante difficoltà. Un giudizio definitivo ora sarebbe impietoso e ingiusto".

Conte, vedendolo quindici anni dopo la vostra esperienza di Siena, se lo aspettava dov'è? "Lo scelsi io, pensavo sarebbe potuto diventare un grande allenatore e volevo creare un team di alto livello professionale per qualche anno. Quando l'ho conosciuto ho capito da subito che sarebbe arrivato, aveva tutto: un gran passato calcistico ma voglia di misurarsi e di imparare. Nel suo percorso, poi, ha avuto anche dei momenti fortunati, ma si vedevano le doti dell'allenatore di successo".

Era feroce anche al primo colloquio? "Sì sì, disse subito che con me avrebbe voluto fare 2-3 anni perché poi sarebbe arrivato alla Juve, ai grandi palcoscenici. Alla fine insieme è stato un solo anno... Poi, dopo qualche esperienza così così, la fortuna di essere riuscito a rilanciare tutto l'ambiente Juve sotto ogni aspetto".

Il caso Eriksen come se lo spiega? "Mi sono fatto un'idea: Conte non ha pregiudizi, ma gli piacciono certi calciatori. Vuole il fuoco sacro nelle vene, il guerriero, e uno come Eriksen non esprime la personalità che a lui piace e che lui stesso ha, e che vorrebbe nei suoi ragazzi".

TMW Radio Regia
Luigi De Canio ai microfoni di Francesco Benvenuti e Niccolò Ceccarini
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