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Marco Branca, ex dirigente dell'Inter, parla dell'imminente finale di Europa League che attende i nerazzurri ai microfoni di TMW Radio, nella trasmissione Stadio Aperto, condotta da Francesco Benvenuti e Niccolò Ceccarini. Prima però si sofferma su qualche ricordo: "Sono state tutte vittorie godute fino all'ultimo, devo dire che quella della Champions mi ha dato un sapore particolare, senza tralasciare i cinque Scudetti, le quattro Coppe Italia e Supercoppa e il Mondiale per Club".
Da quei tempi l'Inter è ripartita da zero. "Quando si chiudono cicli, è piuttosto naturale. Vale per l'Inter, per il Milan, la Juventus... E anche il Manchester United, per esempio. Per costruire qualcosa che funzioni ci vuole anche tempo, oltre alle capacità".
Quanto era diverso il mercato pre-FFP? "Profondamente. Non c'erano paletti ed in primis contava la volontà del proprietario di acquistare chi proponevo: alcune cose si potevano e non potevano fare, ma dipendeva tutto dalle scelte proprietarie. In seguito, invece, dal bilancio".
Zhang è come il primo Moratti? "No, Moratti non mi faceva spendere quelle cifre... Sotto la mia gestione il giocatore che abbiamo pagato di più è stato Ibrahimovic a 24,7 milioni. Erano altri momenti, però, ed è difficile rapportare ad oggi".
Per la squadra del 2010 però avete speso... "Sì, però la campagna del Triplete ce la siamo pagata tutta con Ibrahimovic. Checché se ne dica, il presidente era molto attento".
La fame è un elemento in più per vincere? "Sì. Giocatori come Lucio, Sneijder, Eto'o e Pandev, volevano dimostrare che i club che non li volevano più si stavano sbagliando. Thiago Motta e Milito invece avevano fame di emergere: sei giocatori avevano motivazioni personali, e con uno chef (Mourinho, ndr) di prim'ordine il risultato è stato semplice".
Qualche rammarico sulla gestione post-triplete? "No, per una forma di grandissimo rispetto che ho verso il mio ex club, e perché alcune situazioni erano mutate molto velocemente. Prima fra tutti, il Fair Play Finanziario: non potevamo costruire un certo tipo di squadra, c'era già anche sicuramente l'idea di lasciare. Dal 2011, ma forse pure dal dicembre 2010, dopo la vittoria del Mondiale per Club, c'era già l'idea di poter fare poca progettazione, e la poca voglia di perdere i protagonisti di quel percorso. Abbiamo passato il tempo a cercare di vendere la società e spendere il meno possibile, una cosa semplice".
Un ritratto di Mancini e uno di Mourinho? Conte chi ricorda più dei due? "Partendo dal presupposto che come Mourinho non ce n'è, di sicuro Mancini e Conte si assomigliano di più anche nella velocità della perdita della pazienza. Non che sia per forza un difetto, ma in certi momenti sono piuttosto diretti: a volte è opportuno, la maggior parte no. Ma fa parte delle caratteristiche e della passione che mettono nel loro lavoro".
Cosa non è andato con Gasperini e Stramaccioni? "Sono due situazioni diverse: Gasperini, ottimo allenatore, si è trovato nel momento sbagliato della storia dell'Inter, e parzialmente è anche colpa nostra. Non ha potuto sviluppare le sue idee, e probabilmente non c'era neanche questa disponibilità di club e squadra ad affrontare questo cambiamento. Dispiace perché è persona seria, per bene e capace, ma sono contento che ora lo stia dimostrando. Stramaccioni era partito molto bene, poi è stato fortemente penalizzato da una serie di infortuni: ricordo che qualche partita ne avevamo dieci-undici a volte. Era partito bene, con entusiasmo, facendo anche una bella vittoria fuori casa con la Juventus. Poi ha perso un po' il filo per quello che dicevo".
Quale l'acquisto cui ha lavorato di più? "Ci ho lavorato tanto sempre, e non ho preferenze particolari. Non voglio fare torti a nessuno e sono felice di aver vissuto quel periodo magico, quindi sono veramente soddisfatti di tutti quelli che ho preso: sia chi è andato bene, sia chi un po' meno".
A chi sostiene che il vostro lavoro sia stato facilitato dall'esito di Calciopoli, cosa risponde? "Per chi ha fatto il mio mestiere, e io ho potuto farlo da protagonista in campo e poi anche da fuori, si sa che vincere è sempre molto difficile. Non ci è stato facilitato niente, casomai ci ha dato entusiasmo maggiore: in quegli anni abbiamo speso qualcosina di più per essere competitivi. Quando una squadra fa un ciclo dà sempre fastidio, come succede ora con la Juve e prima col Milan. Gli altri cercano di giustificarsi".
Stasera la finale col Siviglia: società che pur spendendo il giusto, porta a casa grandi risultati. Che avversario troverà l'Inter? "Fastidioso. Anche se io credo che l'inerzia dell'incontro, per come sta dal punto di vista psico-fisico, sia verso l'Inter: sono tutti molto convinti. Quando viaggi ad alti livelli difficilmente, se non per un episodio, si può andare incontro a sorprese. Il Siviglia ha molto palleggio, giocatori tecnici alla spagnola, puntano a farti perdere la pazienza e farti commettere qualche errore. Ma per come sono concentrati e come stanno fisicamente, non avranno particolari problemi quelli dell'Inter: ci dovrà essere pazienza".
Come avrebbe accolto lei lo sfogo di Conte di qualche settimana fa? "Non lo so... Ma non credo bene".
Bravo Marotta a spegnere l'incendio? "Più che secchiate d'acqua, ho visto il classico atteggiamento di chi fa finta di niente: non ha visto né sentito, e quindi neanche parlato. Tutte le strategie, se portano a un risultato, sono valide".
Avrebbe mai immaginato di vedere Ibrahimovic ancora in Serie A a 39 anni? "Assolutamente sì: è un campione, da qualsiasi punto di vista. Iper-professionista, si è sempre curato molto bene, non aveva nessun vizio e già dalla nascita era fortissimo. Piano piano, nella Juve e poi da noi, ha imparato a fare l'attaccante vero, visto che prima gli piaceva tantissimo soprattutto far segnare. Da noi ha imparato a fare tanti gol, nella vita di un bomber quello conta e bisogna fare la differenza con i numeri. Non corre più come prima, ma basta e avanza: è di un altro livello, per cui non fa neanche fatica".
Messi che fa, rimane al Barcellona? L'Inter può sognare? "I tifosi dell'Inter ci sperano, così come quelli del Manchester City e del PSG... Chi ha la possibilità di trattare un giocatore del genere ha l'entusiasmo di crederci. Dipende tutto da Messi".
In questi sei anni di lontananza dal calcio, c'è mai stata una possibilità concreta per tornare? Ad oggi è sempre quello il suo obiettivo? "Certo, l'obiettivo rimane: c'è stato qualcosa, ma per dar vita a un contratto, a un progetto e a un lavoro, ci vuole ottimizzazione e accordo su tutto: a volte non c'è stato, ma io sono sempre assolutamente in pista".
Ancora possibile in Italia un vero progetto? "Questa parola viene usata troppo spesso quando si comincia qualcosa: serve a dare una grande immagine di sé, ma nel mondo del calcio bisogna pensare al massimo: c'è un'idea di base, ma le cose cambiano ogni tre giorni. Se arrivi a metà dei piani, sei già avanti. Ora c'è una certa difficoltà, visto che il tutto non può essere scollegato ai proprietari, e al bilancio del club: se questo non produce abbastanza denaro per essere competitivi, non riesci a prendere neanche i giocatori da 15 milioni. Oggi il prezzo medio di un giovane forte è tra i 15 e i 20 milioni, quando ne fai quattro-cinque diventano già 100... Non è facile. Per questo ci sono molti dirigenti più specializzati in plusvalenze che in settore sportivo: c'è l'obbligo. Alcuni club sono più fantasiosi degli altri e il Fair Play lo evitano, ma per tutti gli altri c'è. O cambiano la regola, e io lo farei, o così non va bene. Penso al Manchester City: se non hanno commesso illecito, perché hanno dovuto pagare la multa? Dicono di avergliela inflitta per reticenza, e mancata collaborazione. Eppure dovrebbe contare la verità, non il modo...".
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