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Paolo Bonanni, direttore della Scuola di Specializzazione in Igiene e Medicina Preventiva dell’Università di Firenze, è intervenuto a microfoni di Stadio Aperto su TMW Radio per discutere e spiegare la situazione Coronavirus in Italia.
La politica ha risposto alle necessità che sono richieste per fermare il Coronavirus?
“Siamo di fronte a un evento mai vissuto negli ultimi tempi. È un evento forse prevedibile ma al quale non eravamo preparati e abituati. Stiamo conoscendo nuove cose ogni giorno su questo virus. Stiamo cercando di fare in modo che le persone più fragili, gli anziani e le persone con malattie preesistenti vengano protette. Le attenzioni più importanti vanno alle persone più deboli e non alla popolazione nella sua interezza. Nelle persone sane l’infezione decorre in maniera abbastanza mite. La chiusura di scuole e delle università e l’interruzione dei campionati sportivi può servire a rallentare la diffusione del virus e ci permetterebbe di non avere un accumulo di persone gravemente malate negli ospedali e a non mandare in crisi l’organizzazione del servizio sanitario. Purtroppo, queste misure sono drastiche e inusuali, mai viste negli ultimi 50 anni”.
C’è stato un isolamento di tre ceppi italiani di Coronavirus, questo comporta che il virus italiano è più aggressivo rispetto a quello cinese?
“Questo non possiamo dirlo assolutamente. Il fatto di saper isolare i virus è indice di un’ottima capacità del nostro paese. Pur con poche risorse siamo un Paese con grandi potenzialità anche scientifiche. Isolare i virus serve a capire se possono evolversi nel tempo positivamente o negativamente. Le evoluzioni di solito si svolgono in tempi decisamente più lunghi”.
A novembre il virus circolava tra i pipistrelli e sembrava poco più di un raffreddore. Ora è arrivato fino all’essere umano e sembra essere molto più grave, perché?
“Erroneamente consideriamo i pipistrelli lontani dall’essere umano perché ci fanno un po’ senso. In realtà i pipistrelli sono molto simili a noi. Hanno un’origine antichissima e nel corso del tempo i pipistrelli hanno imparato a convivere con i virus molto meglio delle altre specie come noi che siamo molto più recenti. Molto spesso, i virus che per i pipistrelli non causano alcun danno, per noi sono patogeni. Non ci stupisce che siano i pipistrelli ad aver originato questo tipo di virus. Il problema non è tanto la trasmissione da pipistrello a uomo bensì da uomo a uomo”.
Con cosi tanti controlli è normale che l’Italia abbia così tanti contagiati rispetto al resto dell’Europa?
“È una verità parziale ma non siamo ancora in grado di dirlo e lo sapremo in futuro. Abbiamo avuto un approccio più attivo nella ricerca e abbiamo allargato i tamponi a categorie che oggi non andiamo più a cercare. Gli altri paesi hanno avuto un approccio meno attivo forse da noi il problema è sorto prima che dalle altre parti. Abbiamo uno dei sistemi di sanità pubblica migliori al mondo. Siamo stati accusati di essere gli untori e non lo siamo. Abbiamo evidenziato per primi questa problematica in Europa probabilmente per un caso e perché nella zona di Codogno potrebbe essersi diffusa l’infezione in tanti casi diversi. La presenza dei super diffusori, ovvero persone più contagiose di altre, comporta la produzione di molti più virus. Si suppone la presenza di super diffusori nella zona del Lodigiano e dei Colli Euganei per la presenza di numerosi contagiati simultaneamente”.
Ci sono delle raccomandazioni particolari nel mondo dello sport?
“Le norme rimangono sempre le stesse. Bisogna evitare più possibile il contatto fisico anche se mi rendo conto che in uno sport come il calcio è difficile. Aumentare invece il lavaggio delle mani è sicuramente importante e stare più attenti alle norme igieniche. Ho appreso da alcuni colleghi medici sportivi che dopo una prestazione agonistica intensa, le difese immunitarie sono più rilassate e quindi bisogna fare molta più attenzione”.
Gli eventi sportivi a porte chiuse riducono l’incidenza del virus?
“Sicuramente le riduce ma ci sono sempre possibilità di diffusione. Saranno meno frequenti vista l’assenza di migliaia di persone sugli spalti. Più c’è affollamento e più ci sono probabilità di diffusione del virus.”.
Si parla di uno stop fino al 3 aprile per tutti gli eventi che comportano affollamento di persone. Questo significa riaggiornarsi prima della data stabilita perché essendo un virus sconosciuto non si conosce l’andamento, è corretto?
“Stiamo cercando di rallentare la diffusione del virus, è ovvio che se la rallentiamo avremmo meno casi con una coda più prolungata nel tempo. Quando sarà finito il mese di stop, verificheremo a che punto siamo dell’epidemia e si faranno delle considerazioni se prolungare le misure o rilasciarle”.
Si vedono in Italia scene di psicosi e panico. È causa di una mancata unità tra scienza politica e comunicazione?
“Siamo in un’epoca di eccesso di comunicazione. Non abbiamo ecceduto quando il problema è scoppiato in Italia. L’errore è da cercare a monte. Avere avuto dai primi di gennaio su tutti i notiziari il bollettino del numero dei casi e dei morti in Cina ha creato moltissimo panico. L’assenza di certezze scientifiche su questo virus ha portato a minimizzare o a creare allarmismi eccessivi. Dobbiamo essere consapevoli di una situazione seria e importante. Dobbiamo tutelare la gente più debole: gli anziani e gente già con altre patologie. L’infezione negli altri casi non è grave. Per un adulto in salute il problema è improbabile. Non dobbiamo farci prendere dal panico ma dobbiamo vivere la nostra vita serenamente”.
La sensazione in Europa è che l’Italia sia stato il cuore pulsante della diffusione del Coronavirus, perché?
“Il motivo non lo sapremmo mai. Non è giustificato che gli altri Stati dicano che tutto sia partito da noi. È partito dalla Cina ma potrebbe essere passato per altri paesi europei. Probabilmente a fine epidemia saremmo il paese con più casi. È una questione di tempistiche, siamo stati colpiti per primi perché abbiamo persone che per motivi di lavoro viaggia nelle zone dei paesi colpiti. Abbiamo numerose imprese che hanno contatti con quelle aeree. Non ce ne possiamo far una colpa, non sono convinto che gli altri siano immuni o debbano guardarsi dall’Italia. Siamo tutti sulla stessa barca e potrebbe essere l’Italia che indica agli altri come difendersi da questo virus”.
