Banchi: "Dopo lo stop il basket abbandoni il professionismo e riparta dai format"

07 apr 2020 20:00Basket

Luca Banchi, allenatore di basket che in passato è stato coach tra le altre di Siena, Milano, AEK e Bamberg, ha parlato in collegamento con Stadio Aperto su TMW Radio: "La situazione mi sta turbando, come chiunque di noi. Non era prevedibile, e ogni giorno ci lascia una sensazione di impotenza. Quello che succede intorno non può lasciarci indifferente, anche se non sei colpito in prima persona. Si riscoprono certi dettagli della quotidianità che potevano sembrare inutili e automatici, ma voglio soffermarmi su una ritrovata solidarietà e su un diffuso spirito di sacrificio di fronte all'emergenza. Faccio un plauso soprattutto ai giovani, mi stanno sorprendendo più di tutti".

Cosa fa un coach di basket in queste settimane? "Superato lo shock iniziale, presa consapevolezza che non sarebbe stata una cosa di poco conto e breve, ognuno prova ad adattarsi a suo modo. Io dedico parte della mia giornata aggiornandomi, guardando vecchie partite, situazioni e materiale tecnico in rete. Si stanno creando gruppi di confronto, nelle chat, tra allenatori. Durante la stagione siamo presi da altro, ma ora dobbiamo sfruttare questo tempo per far sì che in futuro le cose si facciano ancora meglio".

Può essere occasione per ripensare il sistema basket? Se sì, da dove? "Sicuramente dai format. Già l'anomala conclusione inevitabilmente si ripercuoterà sulle prossime annate. Vero però che non possiamo fare finta di nulla. Dovremmo ripartire al vertice, ripensare ai tornei, al numero di squadre partecipanti. Sarà oggettiva la difficoltà delle società nel ricominciare con identiche strutture, con le risorse messe in campo prima dello stop. Serve un sistema più snello, che non lasci per strada chi è in difficoltà. Dobbiamo pensare a chi non riuscirà a reperire risorse economiche e umane. Voglio pensare a un basket che abbandoni il professionismo anche al vertice, in cui il regime fiscale si alleggerisca, che si trasformi in un prodotto attraente. Il nostro sport vive di contributo economico da aziende che sono e saranno in sofferenza, non possiamo pretendere sponsorizzazioni ricchissime, ripartendo con piccoli passi. Forse è tornare indietro, ma si tratta di lavorare più centrati sulle nostre esigenze. E poi la base: formare i nostri tecnici e giovani, per trovare risorse a livello indigeno, ricostruendo una scuola cestistica italiana, con l'orgoglio riscoperto in questo momento. L'Italia è sempre stata sinonimo di squadra: io ho lavorato all'estero, spesso le nostre squadre sono state prese a modello. Ripartiamo dagli istruttori, dai nostri settori giovanili e dai valori dei giovani. Con consapevolezza che si può aver meno risorse economiche ma questo non ci impedirà di avere creatività, e questa serve più che mai in questo momento. Dobbiamo esserne paladini, e spero che possano tutti venirci dietro. C'è bisogno di un impulso".

Così si preserva la prossima stagione "Io capisco che ci siano organizzazioni con regolamenti precisi in cui non è prevista una non assegnazione di titoli, ma la straordinarietà e l'emergenza del momento ha dovuto spingerci a soprassedere, ed eventualmente pensare nuovi format per la prossima stagione, ammesso e non concesso che si possa ripartire in autunno. Questo problema non è solo in Italia o in Europa: sta intaccando i sistemi mondiali con un calendario diverso. Pensare alla ripresa era prematuro: ognuno dovrà fare delle rinunce e pensare a nuove strutture per ogni competizione. Arrendiamoci all'idea che per una volta il campo non sia stato arbitro di un risultato, ci sono altre priorità".

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